[fallsofarc books party] Estratti inediti

Mille volte grazie alle blogger che si sono offerte di ospitare questo piccolo party per festeggiare con me. Solitamente non organizzo mai nulla per il mio compleanno ma, quest’anno, ho pensato di fare un tentativo di social party insieme a voi e ai miei personaggi.

Vi riepilogo tutte le tappe e poi vi faccio leggere qualcosina di nuovo.

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Grazie mille a chi ha visitato o visiterà i blog, se li troverete interessanti spero continuerete a seguire queste bravissime blogger!

Ora, veniamo a noi. Latito da un po’ qua sul blog perché non ho news da darvi, purtroppo, però ci tenevo a farvi leggere qualcosa di nuovo. Non so quando, dove e come questi progetti vedranno la luce, dipende da mille fattori. Grazie, perciò, del vostro sostegno, se e quando una nuova storia vedrà la luce sarà gran parte merito di ciò che avete fatto per Lezioni e Onde, acquistandoli, leggendoli e consigliandoli.

Dai primi capitoli della nuova versione di Un fidanzato di troppo, sequel di Lezioni di seduzione:

Mi misi seduta sul bordo del letto, sperando di aver sognato ma i colpi ripresero. Nel tempo che impiegai per uscire dalla mia stanza, ero stata già battuta da Rick che, senza curarsi di essere solo in boxer, aveva aperto al visitatore mattutino.
“Daniel?” sgranai gli occhi, vedendolo in cucina.
Danny mi fece un sorriso tirato. “Scusami per l’orario.”
“Potevi almeno portare la colazione” commentò Rick, ottenendo un’occhiata ammonitrice da parte mia.
“Non mi aspettavo che Lizzy avesse ospiti” ribatté Daniel, piccato.
Rick si passò una mano sul viso e sbadigliò. “Vado in bagno.”
Scelta giusta, per una volta. Daniel era già infastidito e io ero ancora troppo insonnolita per affrontare la solita tensione tra loro.
Rick mi passò accanto ma invece di proseguire si fermò e mi prese il mento con due dita per guardarmi dritto negli occhi. “Come stai?”
“Bene.” Sfuggii dal suo sguardo e dalla sua presa.
“Faccio finta di crederci” sussurrò, poi si sporse a lasciarmi un bacio sulla fronte.

E dal prologo di una nuova commedia romantica, ambientata in Italia:

“Ti ha riconosciuto” sbiancò, guardando lui.
“Già. Tra un’ora la tua gravidanza sarà su tutti i siti di gossip.”
Ma io non sono incinta! Avrebbe voluto urlare. E nemmeno ci vado a letto con questo idiota!
Tutta colpa dei social e di quel maledetto ricatto.

Spero di avervi incuriosito un pochino e di avere news da qui a fine anno! Se volete chiacchierare con me mi trovate sulla pagina facebook, nel gruppo Tra palco e realtà, su Twitter, Instagram e Wattpad.

Per finire, ecco il form del giveway per vincere una copia di Lezioni di seduzione e Onde di velluto. Per partecipare basta lasciare un commento qua sul blog o su uno dei blog linkati sopra e compilare il form qua: a Rafflecopter giveaway

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Progetti

Salutiamo la prima metà del 2017, che se ne va nel caldo afoso di questo giugno e nel ricordo dei troppi malanni portati da un lunghissimo inverno.

Tempo di bilanci per me. Sono mesi che passo da un progetto all’altro, alla ricerca di tempo, concentrazione e ispirazione per dedicarmici. Non riesco a capire se sono le storie che al momento non sono quelle giuste per me o se sono io che non riesco a ripartire.

Avrei voluto aggiornare il blog ma non avevo nulla di nuovo da dire, in termini di progetti futuri. Non sto seguendo più nessuna serie tv e dei libri che leggo finisco per parlare su Instagram, in modo più semplice e veloce.

L’unica vera novità è stata il gruppo facebook, dove sto riuscendo a ritrovare quel contatto diretto con chi ha letto i miei libri che tanto mi mancava.

Nei prossimi due mesi avrò mia figlia a casa e il tempo da dedicare alla scrittura sarà poco, perciò non faccio propositi nè progetti. Rimando tutto a settembre, con la speranza di decidere finalmente a quali personaggi, vecchi o nuovi, dedicarmi.

Mi trovate, comunque, su facebook e instagram e a fine luglio arriverà una piccola sorpresa per voi. Nel gruppo Tra palco e realtà facciamo tante chiacchiere, rileggiamo Lezioni di seduzione e riesumiamo vecchi extra sepolti nel pc. Vi aspetto!

 

Lezioni di seduzione – da efp

Quando mi sono trovata al lavoro su Lezioni di seduzione, sei anni dopo averla conclusa, non sapevo come fare a intervenire su una storia così lontana da me (perché nel tempo Jack e Liz erano cresciuti e ormai li immaginavo come negli spinoff natalizi che ogni tanto continuavo a scrivere) e su uno stile che non mi apparteneva più. Intervenire e tagliare sarebbe stato davvero come rattoppare con una stoffa diversa, perciò ho riscritto tutto, completamente. Per creare un romanzo e non una storia a capitoli, per creare qualcosa di nuovo e non qualcosa che era online già da anni.

C’è chi ha apprezzato e chi no, era inevitabile. La domanda che mi pongo da mesi, però, è se ciò che in molti casi ha portato a preferire la vecchia versione non fosse che il ricordo dell’emozione provata, anni prima. Io sono affezionata a quella prima versione, a quei primi Jack e Liz, ma la storia originale era una continua ripetizione dello stesso schema, un tira e molla con la stessa scena ripetuta in diversi capitoli, perché magari mi ero divertita a scriverla e voi a leggerla. C’erano mille docce (non si può dire Jack e Liz non si lavassero!), personaggi apparsi per poco e poi scomparsi e tanti problemi strutturali di stile. Siamo così sicuri che fosse migliore? Me lo chiedo e lo chiedo a voi, ripescando così come era direttamente dal file del 2010 il mio capitolo preferito della vecchia versione.

Capitolo 23 online su efp il 27 Giugno 2010

“Cavolo, il burro! Devo tornare indietro!” Sbuffai, mentre cercavo di decifrare la lista della spesa scritta in cirillico da mia madre.

Aveva spedito me e Jack, subito dopo colazione, a comprare ciò che mancava per il grande pranzo di Pasqua, mentre lei già trafficava ai fornelli.

“Stiamo facendo avanti e indietro per tutto il supermercato per ogni punto della lista, hai uno strano modo di fare la spesa, Liz, lasciatelo dire!” Osservò Jack, alzando gli occhi al cielo.

“Decifrare la calligrafia di mia madre è un’impresa!” Borbottai.

“Torno indietro io a prenderlo, tu passa al prossimo.” Si offrì Jack, e scomparve dietro lo scaffale.

Dunque, mai.. mais? Maizena? Maionese? Mentre tentavo di capire il rebus successivo, qualcuno mi toccò una spalla.

Sussultai, girandomi, e mi trovai davanti una compagna di liceo.

“Ciao Liz!” Mi sorrise, già avida di pettegolezzi, si notava dallo scintillio dei suoi occhi.

“Ciao Meg.” Mi sforzai di fare un sorriso, ma come dicevo sempre: ero una pessima attrice.

“Allora? Che mi dici? Non ti vedo dal diploma!”

“Tutto bene, grazie. Tu?” Rimasi nel vago, sperando desistesse.

“Oh benissimo!Sono entrata nella DeltaNu! Riesci a crederci? Io ancora no! Vedessi le feste che organizzano!E mi sto frequentando con un figo da paura! Tu invece?” Ovviamente erano quelle le cose importanti…

“Il college che ho scelto mi piace molto, anche se è stancante… Seguo anche un corso di teatro e mi hanno dato il ruolo della protagonista nello spettacolo.” Se proprio dovevo dire qualcosa, almeno potevo vantarmi del corso che era la mia croce, ma anche la mia delizia.

“Ma dai! E chi l’avrebbe mai detto! Hai fatto nuove amicizie, almeno al college?” Prima frecciatina delle solite: d’altronde io ero sempre l’asociale Liz, no?

“Ecco il burro.” Lupus in fabula, era tornato Jack.

“Eccoti, amore! Lascia che ti presenti una mia CARA amica del liceo: Meg. Meg questo è il mio fidanzato, Jack.” Sorrisone e paresi facciale: non ero poi un’attrice così scarsa, in fin dei conti.

Jack capì al volo l’antifona e mi abbracciò da dietro, allungando una mano verso l’incredula Meg, che si riscosse dopo qualche secondo per stringerla.

“Direi che la risposta è affermativa: hai decisamente fatto nuove amicizie al college.” Osservò, ancora allibita, mentre quasi sbavava a fissare Jack.

“Non puoi neanche immaginare, non posso lasciarla andare sola in nessun posto perché c’è sempre qualche cretino che ci prova con lei! Vero, micina?” Mi strinse a lui, lasciandomi un bacio sulla tempia.

“Non ascoltarlo, Meg! Il mio Jack è molto geloso…” Mi stupii di essere riuscita a fare la gatta morta petulante, e anche in modo credibile, oltretutto.

Accarezzavo le braccia di Jack che mi cingevano sotto al seno, sembravano veramente quasi due sposini e la faccia di Meg ormai era indescrivibile.

“Bene… ehm… Sono contenta di averti rivisto Liz! Ci vediamo per le vacanze estive, magari!”

Si defilò in un lampo, sentendo forse metà dei nostri saluti.

Jack si staccò e mi guardò con il suo solito ghigno. “Ex compagna di classe stronza?”

“Mi aveva appena chiesto se almeno al college avevo fatto amicizia… Mi considerano sempre tutti come la solita asociale!” Mi lamentai, prendendo dallo scaffale una scatola di farina di Mais: nel dubbio avevo deciso di prendere tutte e tre le alternative possibili.

“Non lo sei, Liz. E quello che ho detto sui cretini che ti ronzano intorno è vero.” Jack sorrideva, però il suo tono non era scherzoso.

“Se ti riferisci a Mark, non ho capito nemmeno io perché mi cerchi, visto che era scomparso da oltre un anno.” Finsi di controllare la data di scadenza della farina, per non guardare Jack.

“Ma come? Non è il luogo più comune dell’universo che gli uomini si accorgano di ciò che hanno perso solo quando vedono qualcun altro che ci gioca…?” Suonò molto pungente e caustico.

“Non è mai stato così dispiaciuto di avermi persa.” Ribattei, spingendo il carrello verso la fine della corsia.

“E tu? Eri dispiaciuta?” Mi interrogò, come aveva fatto anche in passato, però in quel momento ero decisamente a disagio.

Sospirai e fermai il carrello all’inizio della corsia, aspettando che passasse la famigliola chiassosa.

“All’inizio ci sono stata male, non te lo nascondo, era stato il primo…” Parlavo a bassa voce, a pochi centimetri da Jack, che mi ascoltava serio in volto.

“Poi ho capito di non esserne mai stata innamorata veramente.”

“Ma lo sei stata? Innamorata intendo…” Mi guardava intensamente e mi sentivo totalmente vulnerabile, avevo la netta sensazione che stesse capendo tutto.

“Io… credo di…” Il mio cellulare si mise a vibrare dalla mia tasca, facendomi sobbalzare.

Era mia madre: con altre due aggiunte alla lista, almeno quelle non avrei dovuto decifrarle per capire cosa acquistare.

“Quanti invitati ci sono al pranzo di domani?” Mi chiese Jack, quando chiusi la conversazione con mia madre, ancora più esagitata del solito.

“Troppi… almeno venti persone tra amici e familiari…”

Eravamo arrivati finalmente alla cassa, in fila; di nuovo era piombato il silenzio, temevo che volesse riprendere l’argomento innamoramento, ma non lo fece.

Ritornammo a casa parlando di cose futili, ma senza la stesse spensieratezza di quel mattino, oppure ero io a percepirne l’assenza.

“Liz, mi aiuti in cucina?” Mi chiese, urlando ansiosa, mia madre; mi rassegnai a passare le ore successive in quel modo, mentre Jack si sedette sul divano a ripassare il copione.

Ogni tanto riuscivo a fare capolino dalla cucina, per chiedere a Jack qualcosa delle scene che stava ripassando, ma in realtà volevo soltanto vederlo e parlare con lui.

Pranzammo velocemente, per poi ritornare a cucinare in modo esagerato e in quantità da mensa aziendale, ma mia madre non voleva sentire ragioni.

Alle quattro di pomeriggio ero esausta, ricoperta di farina da capo a piedi, sudata e nervosa.

“Mamma, quanto manca ancora?” Chiesi, sbuffando e soffiando per far ritornare sulla testa una ciocca di capelli che si era liberata dalla coda.

“Solo la decorazione della torta.” Rispose, mentre assorta finiva di sistemare i biscotti in un vassoio.

“Allora posso andare a fare una doccia?” Supplicai.

“Sì, certo.” Nessun grazie o altro, ma l’importante era fuggire da quella maledetta cucina.

“Cominciavo a pensare che ti avrei rivista solo domani a pranzo.” Osservò Jack, mentre scendeva le scale.

“Ho corso questo rischio… Dio, sono esausta.” Mi lamentai, sentendo le gambe cedere ad ogni scalino.

Jack ritornò al secondo piano con me e mi aspettò sulla porta della stanza di Kim mentre prendevo vestiti e biancheria pulita. Mia sorella era a casa di un’amica e mio padre era uscito a fare non sapevo bene cosa, l’importante era stare lontano dagli schizzi di nervosismo di mia madre quando organizzava quei pranzi mortali e cucinava a ciclo continuo per due giorni.

“Sembri distrutta.” Jack aveva scoperto l’acqua calda, come si suol dire.

“Non sembro, lo sono. Fisicamente e psicologicamente, mia madre non è stata zitta un solo secondo per tutto il santo giorno.” Sbuffai, stancamente, uscendo dalla camera.

“Ti serve un bel bagno caldo e rilassante.” Nella mia mente galleggiò per un attimo quell’immagine e sospirai.

“La vasca c’è, potresti approfittarne.” Mi fece notare, con ovvietà.

“Lo so, ma rischio di addormentarmici dentro e sono troppo stanca anche per prepararla…”

“Faccio io, allora.” Dichiarò, avviandosi verso il bagno.

Lo raggiunsi, lentamente, e lo trovai già dedito al riempimento vasca.

“Scusami se sono scomparsa tutte queste ore…” Mi sentivo in colpa per averlo trascurato, anche se mi era mancato da morire.

“Tua madre ti ha sequestrata, non è colpa tua. Intanto ho ripassato…” Si girò a sorridermi, mentre controllava con la mano la temperatura dell’acqua.

Rimasi appoggiata al muro a fissarlo, finchè non chiuse l’acqua e si mise a scrutare tra i bagnoschiuma sulla mensola.

Ne scelse uno e ne versò in abbondanza, muovendo e increspando la superficie dell’acqua, per far comparire la schiuma e miscelare il sapone.

“E’ pronta… vuoi che ti spogli io?” Mi sorrise, scherzoso.

“Sì.” Nessuna sfumatura ironica nella mia voce.

“Sì cosa?” Mi chiese, avvicinandosi a me.

“Spogliami tu.” Replicai, fissandolo.

Fece due passi e me lo trovai di fronte, occhi negli occhi; in silenziò mi sfilò la maglia e mi sbottonò i pantaloni.

Si chinò per sfilarmi le scarpe, mentre mi sorreggevo ad una sua spalla; in breve rimasi solo  con la biancheria intima.

Solo il fruscio dei miei vestiti che raggiungevano il pavimento rompeva il silenzio, un silenzio fatto di sguardi carichi di significati.

C’era intimità e c’era elettricità, c’era un bisogno spasmodico, di lui, semplicemente di stare con lui.

“Vado avanti?” Era strano, cauto, come se aspettasse sempre il mio consenso per ogni cosa, ma perché?

Annuii con il capo, seria e silenziosa.

Il suo braccio scomparve dietro la mia schiena e sentii il gancetto del reggiseno allentarsi, abbassai lo sguardo e vidi la stoffa afflosciarsi, mentre le bretelline scendevano dalle mie spalle.

Con due dita Jack lo afferrò al centro, tra le coppe e me lo sfilò, rimanendo poi immobile a guardami; sapevo cosa stava pensando, lo vedevo dalla sua espressione e dai suoi occhi che si socchiudevano.

Ma non fece nulla, portò semplicemente le mani ai miei fianchi, afferrando l’elastico delle mie mutandine e facendolo scorrere verso il basso.

Mi prese per mano e mi guidò verso la vasca, aiutandomi ad entrare e a sdraiarmici; era tutto surreale, io nuda, immersa nell’acqua calda e schiumosa e lui, completamente vestito, a pochi passi da me.

“Jack?” Lo chiamai, girando la testa dalla sua parte, e fissandolo.

“Dimmi.” Il suo sguardo era liquido, intenso, penetrante.

“Ti piace il mio corpo?” Non era esattamente quella la domanda che volevo fare, ma preferivo arrivarci da lontano.

“Sì Liz, e mi sembra di avertelo dimostrato…” Era serio, sempre immobile e sempre con quello sguardo bruciante.

Riportai l’attenzione altrove, alla schiuma candida che mi ricopriva. “Cosa ti piace?”

Temevo che si spazientisse, invece si avvicinò, inginocchiandosi accanto alla vasca e togliendosi la felpa, per rimanere solo in maglietta.

Seguii i suoi movimenti attentamente e vidi la sua mano entrare nell’acqua, arrivando al mio viso e sfiorandolo lievemente con il dorso.

“Mi piace la tua pelle…” E proseguii la sua carezza fino al mio collo.

“… è liscia…” Scese fino alla mia spalla, immergendosi nell’acqua.

“… vellutata…” Seguì il mio braccio fino al polso, spostandosi poi al mio ventre.

“Sei… morbida…” Mi accarezzò i fianchi, mentre alzavo un sopracciglio.

“Non fare quella faccia, ti vedo… era un complimento… mi piacciono le tue forme…” Proseguì lungo la mia gamba, fin sotto al ginocchio e al polpaccio.

Fece leva, alzandomi la gamba, per farla uscire dall’acqua, lo guardai sorpresa.

“Mi piacciono le dita dei tuoi piedi, hanno una strana forma buffa, alcune sembrano dei funghetti.” Ridacchiò, toccandomi un dito, che era effettivamente un po’ più paffuto e tondo in cima.

“Non è vero!” Mi indignai, per non dargli soddisfazione.

“Oh sì che è vero.” Ghignò, fissandomi e lasciandomi andare la gamba, che subito rimmersi con stizza nell’acqua calda.

“E poi… bè…” Si interruppe, mordendosi un labbro e passando un dito a sfiorarmi un braccio nuovamente.

“E poi…?” Lo incitai, ansiosa.

“Impazzisco per…” Non voleva darmi soddisfazione, mi fissava, mentre la sua mano era passata a solleticarmi il ventre, immersa nella schiuma.

“Per cosa…?” Ansimai lievemente, sperando non se ne fosse accorto.

“Per questo…” E la sua mano si chiuse sul mio seno, strappandomi un gemito.

“Oddio, Liz…” Quasi imprecò, prima di sporgersi a baciarmi, con un bacio profondo e irruente.

Gli mordicchiai il labbro per farlo staccare da me, volevo giocare con lui, farlo svelare ancora di più.

“A cosa devo questo bacio?” Domandai, fingendomi stupita.

“Davvero non lo sai?” Mi guardò dritto negli occhi.

“Non hai risposto…” Gli feci notare, non rispondendo a mia volta.

“Tu non te ne rendi conto forse… quando ti tocco perdi il controllo e sentirti gemere fa perdere il controllo a me.” Non mi interessava più giocare, con quelle parole mi aveva incendiata e volevo solo perdere il controllo ancora, con lui, insieme a lui.

Fui io a sporgermi a baciarlo, schizzando acqua fuori dalla vasca e affondando le mani, bagnate e piene di schiuma, tra i suoi capelli.

Incurante di tutto, riprese a baciarmi, e ovviamente a toccarmi il seno.

“Spogliati, vieni… qui… con… me.” Gli sussurrai, tra un bacio e un gemito.

“Devo chiudere a chiave, aspetta.” Aveva molta più coscienza di me, oppure più paura di mio padre.

Girò la chiave nella serratura, lanciò via la maglia e iniziò a sbottonarsi i pantaloni, mente io mi godevo il mio spettacolo personale, sorridendo.

“Guarda che voglio essere pagato per questo spettacolo privato.” Ghignò.

Stavo per ribattere con qualcosa di vagamente osceno, anzi direttamente osceno, quando sentii la porta al piano di sotto sbattere e mia madre rimproverare mia sorella di qualcosa.

Fu il mezzo urlo di mia sorella a farmi rabbrividire: “Papàààààà!” Invocava l’intervento di mio padre a suo favore, come sempre. Mio padre.

“Jack, è tornato mio padre!” Esclamai, sobbalzando nella vasca.

Vidi il suo ghigno spegnersi e le sue mani rialzare i pantaloni chiudendoli in fretta e con sguardo preoccupato; mentre raccattava la maglietta e la infilava, mi disse: “Vieni a controllare che non ci sia nessuno e poi chiudi quando sono uscito.”

Presi un asciugamano ed uscii gocciolante, allagando il pavimento ma fregandomene: avrei asciugato in tempi meno sospetti.

Sbirciai fuori e vidi il corridoio deserto. “Vai!” Sussurrai, per poi accorgermene che Jack avesse della schiuma nei capelli e la maglia girata al contrario.

Dei passi nelle scale mi impedirono di parlare, richiusi la porta velocemente, spostandomi con un balzo all’indietro per non essere vista e finendo sulla pozza d’acqua che avevo reso il pavimento in ceramica terribilmente scivoloso.

Il mio piede scivolò in avanti, tentai di aggrapparmi ma avevo solo la porta accanto e rimasi senza appiglio atterrando con il sedere per terra, e sbattendo il piede contro la colonna porta asciugamani accanto alla porta.

“Ahi!” Mi scappò, per la botta.

“Liz! Ti sei fatta male?” Sentii la voce di Jack, preoccupata, e i suoi passi avvicinarsi di nuovo alla porta.

“Che è successo?” Mio padre, cavolo!

“Ho sentito un rumore… Liz forse è caduta. Meglio controllare!” Pensai che Jack, per quanto bravo attore, non sarebbe stato mai credibile nelle condizioni assurde in cui si trovava.

“Controllo io.” Ecco: appunto. La voce perentoria di mio padre mi rivelò che aveva capito ogni cosa.

“Liz, posso entrare?” Vidi la maniglia abbassarsi.

“Sì papà.” Scivolai, aiutandomi con le mani, un po’ lontano dalla porta, per permettergli di entrare; fece capolino, mentre io mi sistemavo meglio l’asciugamano che mi copriva.

“Che ci fai qui sulla porta, tesoro?” Mi chiese, entrando in bagno, e osservando il lago d’acqua sul pavimento.

“Mi serviva… un… asciugamano!” Esclamai, mentre tentavo di alzarmi, ma come avevo già capito la caviglia mi faceva malissimo: l’avevo storta e sbattuta in modo assurdo contro il mobile.

“Ti sei fatta male?” Mio padre si inginocchiò preoccupato.

“Sì… la caviglia…” Sussurrai, imbarazzata.

“Appoggiati a me.” Cercai di sollevarmi ma scivolai di nuovo sul pavimento con un gemito.

“Tutto bene?” La voce di Jack provenne da oltre la porta.

“Sì, devo solo farla alzare.” Si intestardì mio padre, cercando di prendermi in braccio.

“Papà, fermo! La tua ernia!” Lo bloccai.

“Posso aiutarvi? Mi lascio bendare se serve…” Non vedevo Jack ma lo immaginavo con uno dei suoi sorrisini strafottenti dei primi momenti in cui l’avevo conosciuto.

“Ok… entra, Jack.” Mio padre sospirò, mettendosi in piedi.

Jack mi afferrò con sicurezza e mi prese in braccio, proponendo di sistemarmi sul letto della mia stanza.

Mentre uscivamo tutti dal bagno sentii distintamente mio padre sussurrare: “Tanto non credo ci sia qualcosa che tu non abbia ancora visto.”

Lo sentì anche Jack perché si irrigidì e divenne una maschera di imperturbabilità.

Due idioti che si cacciavano in situazioni imbarazzanti: ecco cosa eravamo.

Ed io era la regina degli idioti, per essermi ridotta in quello stato.

Appena raggiunto il letto, mio padre fece uscire Jack, fissandolo in modo strano e consigliandogli di asciugarsi i capelli e magari anche di recuperare la sua felpa dal bagno.

Avrei voluto morire, per l’imbarazzo e per la faccia un po’ delusa di mio padre: sicuramente stava pensando che io e Jack avessimo fatto chissà cosa in bagno, e forse l’avremmo fatto veramente se non fosse arrivato lui a casa.

Dio, che vergogna…

Fu chiamata mia madre, che mi aiutò a vestirmi e asciugarmi, poi mi fasciò il piede e controllò che non ci fosse nulla di rotto; prima di ritirarsi a fare la casalinga mia madre lavorava come infermiera in uno studio medico.

“Vado a mettere in frigo la torta.” Annunciò mia madre, scura in volto, uscendo dalla stanza, e lasciando entrare mia sorella.

“L’hai fatta grossa Ellybeth…” Mi fece notare, saltando sul mio letto e facendomi sobbalzare.

“E tu che ne sai?” Strinsi gli occhi, fulminandola.

“Ho origliato che si sono detti mamma e papà, semplice.” Gongolò, ridendo.

Sbuffai, in attesa che raccontasse, ma rimaneva in silenzio la piccola peste. “Allora, che hanno detto?” La incalzai.

“Sono troppo piccola per ripetere certe cose…” Sguardo da furbetta.

“Ma fammi il piacere! Sai più cose tu sul sesso a tredici anni di me! Vuoi che non abbia mai sentito di che parli con le tue amichette al telefono?” La schernii.

“E tu credi che non abbia mai sentito i tuoi monologhi con Jessica sul “non voler fare sesso senza amore?” Cantilenò, mimando la frase con finte virgolette in aria.

“E con questo? Cosa vuoi insinuare?” La squadrai, alzandomi meglio a sedere.

“Jack è davvero il tuo fidanzato o no?” Mi mise alle strette, fissandomi.

Avevo due possibilità: continuare a fingere e portare avanti quella sceneggiata o dire la verità a mia sorella, con cui non avevo però mai avuto un gran rapporto di confidenza.

Mentre lei attendeva e io pensavo, qualcuno bussò alla porta; chiunque fosse mi aveva salvata.

“Avanti.”

“Come va?” Era Jack.

“La caviglia va meglio, per quanto riguarda i miei genitori…” Lasciai la frase in sospeso, non essendoci bisogno di completarla, mentre Jack si avvicinava.

Si sedette sul letto accanto a mia sorella, che si mise a guardarci insistentemente, entrambi.

“Kim piantala.”

“Di fare cosa?” Si difese, fingendosi ingenua.

“Lo sai.” Ringhiai, ma mi ignorò, per rivolgere altrove la sua attenzione: “Jack, posso farti una domanda?”

“No!” Risposi per lui, ma Jack mi ammonì con lo sguardo. “Chiedi pure.”

“Sei innamorato di mia sorella?” Il mio cuore si fermò, così come il mio respiro, in attesa che rispondesse.

“Siamo fidanzati.” Rispose, dopo qualche secondo, con ovvietà.

“No che non lo siete… e comunque non hai risposto.” Non sapevo se adorare mia sorella o ucciderla in quel momento; in entrambi i casi stava mettendo alle strette Jack, molto più di quanto fossi riuscita a fare io nelle settimane precedenti.

“Perché lo vuoi sapere?” Jack non era così scalfibile, ed era abituato a svicolare e rispondere a domande con altre domande.

“Perché voi fate sesso, è chiaro, e mia sorella ha sempre detto che lo avrebbe fatto solo per amore. Quindi lei è per forza innamorata di te, ma non so se tu lo sei di lei e te l’ho chiesto.”

La logica di mia sorella non faceva una piega, ma il mio cervello era partito per le Hawaii, rifiutandosi di ascoltare e di farsi del male.

Avrei dovuto ribattere che non ero innamorata o che comunque lei non avrebbe potuto saperlo con certezza, oppure che eravamo fidanzati e basta, per continuare la recita, ma non ebbi la forza di dire nulla.

“Kimberly, credo che questa sia una questione privata, tra me e tua sorella.” Rispose semplicemente Jack, ma non mi guardò, si limitò a guardare mia sorella e poi la porta.

“Comunque non siete veramente fidanzati, anche se non capisco il motivo visto che non riuscite a stare lontani e vi saltate addosso appena qualcuno gira l’angolo.” Concluse Kim, alzandosi dal letto e saltellando fuori, incurante di lasciarsi alle spalle una situazione assurda.

Ogni momento imbarazzante tra noi era stato niente confrontato a quello: Jack continuava a guardare altrove, mentre io deglutivo nervosa, cercando di non andare in apnea come al mio solito.

“Quindi tuo padre vuole evirarmi, per caso?” Chiese, improvvisamente, fingendo di sorridere.

Ma non era credibile, nemmeno il grande attore in lui lo aveva reso immune dal sentirsi imbarazzato in quel momento.

“Non ti diranno nulla, stai tranquillo. Ce l’hanno solo con me, come al solito. Ho tradito la loro fiducia…” Riassunsi, amaramente.

“Liz, guardami.” Mi ordinò, il suo tono mi colpì e mi portò a guardarlo, prima ancora di comprendere il significato della sua frase.

“Volevi solo fare un bagno con il tuo fidanzato, sei maggiorenne, adulta e vaccinata; non hai fatto niente di male, cosa sarebbe cambiato se fosse capitato al campus invece che qua?E’ un discorso ipocrita e lo sai.” In un certo senso aveva ragione, ma i miei avevano posto solo quella condizione e poi c’era quell’altro piccolo particolare che ora mi sfuggiva… ecco giusto: non eravamo fidanzati.

“Jack, noi non siamo… io non sono fidanzata.” Mi ero corretta passando alla prima persona.

“Ma io tuoi genitori pensano che tu lo sia.” Quella situazione mi stava sfinendo.

“Io so che non è così.” Ero arrivata al punto limite, non avrei avuto ancora la forza di fingere o di trattenermi, né davanti agli altri, né davanti a Jack.

“E’ un fidanzato ciò che vuoi?” La sua domanda era seccata e accusatoria.

“No.” Avrei voluto aggiungere che era lui ciò che volevo, ma non ne avevo il coraggio.

“E allora cosa vuoi?” Sembrava infastidito, e io mi sentii morire.

“Niente di cui tu ti debba preoccupare.” Il guscio, di amianto, era tornato.

“Ok,” E se ne andò, senza guardarmi, senza aggiungere altro.

La porta si chiuse, insieme al mio cuore e iniziai a singhiozzare; rimasi mezz’ora da sola, a tratti piangendo e a tratti prendendomela con il cuscino contro cui sfogavo la mia rabbia.

Testarda com’ero non avrei chiamato nessuno, e mi misi a saltellare fino al bagno, appoggiandomi al muro.

“Liz!” Ero quasi arrivata quando sentii la voce di Jack, mi girai e lo vidi raggiungermi dalle scale.

“Non potevi chiamare qualcuno?” Mi riprese, passandomi un braccio attorno alla vita per sostenermi.

“Ce la faccio da sola.” Acida a livelli astronomici.

“Ok, ora basta.” Mi prese in braccio e mi riportò in camera, prima ancora che mi rendessi conto delle sue intenzioni.

Chiuse la porta alle sue spalle con un piede e mi depositò sul letto.

“Liz, io sto impazzendo con te, non ce la faccio a starti dietro!” Esplose, mettendosi a camminare avanti e indietro per la stanza.

“Non sei obbligato, tra meno di quarantotto ore saremo di nuovo al campus, possiamo vederci solo alle prove.” Non capii nemmeno come riuscii a pronunciare quella maledetta frase, con quale forza e per quale assurdo motivo.

Si fermò, rimase immobile, di spalle; le mie parole lo avevano colpito: fu subito evidente.

Sentivo già le lacrime riempirmi gli occhi, avrei voluto urlargli che lo amavo e invece lo allontanavo perché avevo paura, e perché lui non si esponeva mai davvero, non mi dava sufficiente speranza per darmi la forza di rivelargli i miei sentimenti.

Credevo che sarebbe uscito, invece si girò e si avvicinò a me, mentre io tenevo gli occhi bassi per non scontrarli con i suoi.

Mi alzò il mento, costringendomi a fissarlo e vedendo così lo stato dei miei occhi e del mio volto.

“Se è quello che vuoi, ripetilo ma guardandomi negli occhi. Dimmi che starai meglio senza di me, dimmelo Liz.”

Iniziai a tremare impercettibilmente, per trattenere le lacrime; le mie labbra erano serrate all’interno, trattenute dai denti in un disperato tentativo di farmi forza.

“Dentro o fuori, Liz. O ti fidi e resti con me, oppure allontanami, ma definitivamente.” Era serio, perentorio, però suonava quasi dolce il suo tono. No, forse ero io ad essere totalmente dissociata dalla realtà ormai.

“Ho bisogno di un segno, Jack.” Sussurrai, lasciando sfuggire una lacrima.

Lo vidi fissare la mia lacrima, come se potesse asciugarla con lo sguardo, e probabilmente ci sarebbe anche riuscito vista l’intensità che aveva.

Si allontanò da me, rimettendosi in piedi; mentre già sentivo gli scricchiolii del mio cuore pronto ad andare in pezzi, iniziò a parlare: “Negli ultimi anni ho imparato a cavarmela da solo, a non contare su nessuno, a non fidarmi di nessuno, bastavo a me stesso e non avevo bisogno di altro. Questo prima di conoscere te… Sei la prima persona al mondo di cui sento di avere davvero bisogno.”

Alzai gli occhi e li fissai nei suoi, non c’erano parole giuste per rispondere, non c’erano pensieri giusti da avere, non c’era nulla se non… felicità e calore.

“Andiamo a cena, Jack.” Gli sorrisi, porgendogli una mano.

Scosse la testa, sorridendo, e mi prese in braccio per portarmi fuori; mi strinsi a lui e, mentre scendevamo le scale, gli sussurrai: “La mia risposta è: dentro, mi fido… Anch’io ho bisogno di te.”

Sulla giostra

Due libri arrivati sugli scaffali delle librerie, a meno di nove mesi di distanza l’uno dall’altro. Forse è comprensibile che io mi senta stordita, ora che sto scendendo dalla giostra, dopo un milione di giri.

Scendo perché ho bisogno di risentire la terra sotto i piedi, di capire cosa è successo attorno a me e dentro di me. Non perché io mi senta arrivata, non si arriva mai davvero nel lungo viaggio verso la realizzazione dei propri sogni.

Sono grata e soddisfatta, questo sicuramente. Soprattutto per l’enorme possibilità che ho avuto di lavorare su un inedito, ideato e concepito per stare sugli scaffali, non più solo sul web.

Era una sfida per me stessa, oltre che per Centauria che mi ha dato fiducia praticamente a scatola chiusa.

Ma la mia gratitudine va anche a chi ha letto e sta leggendo Onde di velluto, a chi mi sta dando una seconda possibilità, pur non avendo apprezzato la nuova versione di Lezioni di seduzione, rispetto a quella che è stata online per anni.

Non so cosa ci sarà “DOPO”, perché dipende da tanti fattori esterni e non solo dal mio amore per la scrittura. Ammetto che, ora come ora, fatico molto all’idea di tornare a pubblicare a capitoli, perché mi sono ormai abituata a tornare indietro e revisionare e correggere fino  all’ultimo.

Non sono più solo fallsofarc, ma non mi sento nemmeno un’autrice. I giri di giostra mi hanno un po’ stordita, devo ritrovare la tranquillità per tornare a scrivere, in silenzio, in compagnia di biscotti e di T., nuovo dispensatore che da due mesi chiede di avere spazio.

Ma cosa ne sarà di ciò che scriverò, adesso come adesso, non ne ho la minima idea.

Non smetterò mai di dire grazie per questi mesi lassù, tra le nuvole, e per chi con fiducia, sostegno e passaparola mi ci ha spedita.

Jack e Alex vi ringraziano di cuore di essere arrivati alla carta, in libreria e nelle vostre case.

 

Condividere un sogno

Domani, giovedì 9 febbraio, Onde di velluto sarà in libreria.

Paradossalmente, sono ancora più emozionata e incredula dello scorso maggio, all’uscita di Lezioni di seduzione. Perché stavolta so cosa mi aspetta, in qualche modo, e so quante gioie e quanta fatica occorrano per essere là, sugli scaffali delle librerie.

Nulla è scontato e, anzi, continuo a considerare queste due esperienze come slegate, come due sogni diversi e bellissimi che si sono, inaspettatamente, realizzati.

Se al primo sogno è seguito il secondo è anche merito vostro. Siete voi che avete letto, apprezzato e consigliato Lezioni di seduzione che avete permesso tutto questo. Perché il mondo dell’editoria è un mondo durissimo e senza un minimo di riscontro non si va avanti, senza richieste dai lettori, i librai non se la sentono di dare fiducia a titoli sconosciuti di autori emergenti, nella mole enorme di uscite settimanali.

Per questo la dedica iniziale di Onde di velluto è tutta vostra. Il mio piccolo ringraziamento per aver condiviso il mio sogno.

Grazie, in anticipo, se mi darete fiducia scegliendo di leggere Onde di velluto. Grazie se vorrete consigliarlo ad altri. Il passaparola è essenziale, quante volte avete letto una storia online o un libro sotto consiglio di un’amica? Io tantissime.

Comunque andrà, per me è già stato un successo. Il successo dei sogni, da vivere e condividere insieme.

fallsofarc vi scrive

Questa è una lettera aperta a voi, tutte voi che dal 2009 fino allo scorso anno mi avete letta quando ero solo un nickname.

A chi c’è dall’inizio, a chi è rimasto e ha atteso a lungo. Anche a chi ha trovato le mie storie online quando ormai non ne stavo più pubblicando da tempo.

A chi mi ha contattata con una recensione, una e-mail, un messaggio, in mille modi diversi, una o dieci volte. A chi mi ha raccontato di sè e mi ha ringraziata per aver trasmesso qualcosa. Una risata, un’emozione, un passatempo.

A chi è corso in libreria a prenotare o comprare Lezioni di seduzione. A chi è rimasto deluso per la nuova versione e me l’ha fatto sapere, a chi ha taciuto. A chi l’ha apprezzata e vuole darmi ancora fiducia. A chi aspettava il seguito o una delle storie che sono ancora online o che non ho mai terminato.

So di essere stata assente a lungo, quasi tre anni, e ho perso i contatti anche con quanti messaggiavo sui social, oltre che su efp, da lettrice o da autrice. Perciò grazie, mille volte grazie, a chi non mi ha dimenticata, a chi mi ha voluta sostenere di nuovo perfino fuori dal web.

Lezioni di seduzione libro forse non è stato ciò che vi aspettavate. Ho apprezzato ogni critica e ogni commento, ogni confronto. Non sto a spiegarvi, di nuovo, come è stato riscriverlo da capo, intervenire su una storia che amavo ma che sentivo già troppo lontana da me e che portava con sè ricordi dolci ma anche amari (per ragioni che non sto a spiegare). Volevo darvi qualcosa di nuovo perché avesse un senso rileggerlo, creare due nuovi Liz e Jack che fossero simili agli originali ma anche più vicini al mio modo di essere, ora che nella mia vita tutto è cambiato rispetto al 2010.

Per questo motivo ho capito che intervenire così massicciamente su una struttura nata per altri scopi, con un formato a capitoli (a episodi come una sit-com, così l’ho sempre considerata con affetto) per trasformarla in un romanzo non era un’esperienza che avevo forza di ripetere, in questo momento. Un fidanzato di troppo avrebbe le stesse problematiche, perché la storia principale ormai si è discostata molto dalla versione precedente.  Non rinuncio a riscriverla, a terminarla. Lo devo a Jack e Liz. Lo devo a voi.

Però avevo bisogno di potervi dare qualcosa di nuovo, di non vivere perennemente il senso del confronto. Ecco perché non è Linea 97, che amate in tanti e che amo anche io, a uscire in libreria. Nulla vietava che proponessi una nuova versione di quella ma… no. Avevo bisogno di creare qualcosa, di vedere se potevo farvi emozionare come un tempo, ricominciando da capo.

Ho fatto questa scommessa e ho dato tutto ciò che potevo nel farla. Non lo so quante di voi mi vorranno dare ancora fiducia, ma vi ringrazio già da ora, in ogni caso. Per tutto quello che mi avete regalato. Scrivere per me, e per voi, per noi, per stare insieme e passare il tempo… è stato un onore, una gioia, un sogno.

Io vi aspetto ancora, la mia porta è sempre aperta. Sul web e fuori dal web.

 

fallsofarc, ma anche Chiara Venturelli

 

Onde di velluto… in libreria.

Onde di velluto uscirà in libreria il 9 febbraio, in formato cartaceo (copertina rigida con sovracopertina) a 9,90 euro e in digitale a 4,99. Potete comprarlo o prenotarlo in qualsiasi libreria fisica o store on-line.

Sul sito Centaurialibri  trovate la scheda del libro: Onde di velluto.

Su goodreads trovate già la scheda del libro, se volete aggiungerlo ai to-read.

Se siete di Bologna e dintorni: il 10 febbraio alle ore 18 presenterò il libro presso la libreria Ubik di via Irnerio 27. Sull’evento facebook trovate tutte le informazioni. Vi aspetto!

Vi ricordo che potete trovarmi qua: pagina facebook, profilo facebook (accetto le richieste di amicizia!), instagram, twitter, wattpad.

Grazie, fin da ora, a chi vorrà darmi fiducia acquistando Onde di velluto. Aspetto le vostre foto!