Dal sogno alla carta

Era una mattina di inizio Gennaio e mentre aspettavo che il cappuccino fosse pronto (lode al montalatte, sempre e comunque), ho pensato di controllare la casella messaggi di efp, perché ogni tanto ripassavo comunque dal sito.

Ed è stato in quel momento che tutto è iniziato. Ho chiamato subito mio marito, che si stava preparando per andare al lavoro e gli ho passato il pc, incapace di parlare.

La prima bellissima sensazione che quel messaggio mi ha dato è stata confermata dalle e-mail che sono seguite e, pochi giorni dopo, dall’incontro di persona con l’editor. Ero frastornata, piena di dubbi, di paure, emozionata come se dovessi tornare a sostenere un esame.

Temevo di straparlare (cosa che molto probabilmente ho fatto) e ho espresso subito (senza filtri) quali erano le mie paure e i miei dubbi, le mie idee e i miei limiti (intesi come argomenti e tematiche da scrivere). Non avevo mai davvero avuto a che fare con il mondo dell’editoria, non mi era mai nemmeno passato per la mente di proporre una mia storia.

Sono stata rassicurata con professionalità e pazienza, e soprattutto con fiducia nelle mie potenzialità.

“Ma io non scrivo più con quello stile. E se non trovo il tempo di riscrivere tutte le scene che servono? E se quello che scrivo poi non va bene? E se…” La risposta è sempre stata che aveva fiducia, detto da chi è nel settore da anni.

Quando mi sono rimessa al lavoro, tentando di ricalarmi nella storia, avevo mille paure. I primi capitoli sono stati scritti e riscritti. Temevo di perdere il contatto con i miei personaggi, di snaturare una storia che molti avevano amato. Invece, giorno dopo giorno, sono tornata da loro, ad amarli come e più di prima. A scrivere di getto per un’ora e poi sistemare dopo, con calma. A svegliarmi con interi capitoli in testa. A innamorarmi di Jack. A trovare Liz finalmente sopportabile e meno acida.

Il tempo è volato, le scadenze erano vicine, il progetto Talent doveva decollare. A forza di leggere e rileggere stavo diventando idrofoba, poi la mia editor mi ha imposto di staccarmi, prendere un respiro, chiudere il file e aspettare l’editing. Che non è stato per nulla invasivo, tutt’altro. E poi le ultime aggiunte, quella frase che non ero riuscita a inserire e che era un po’ il marchio di fabbrica dei miei dispensatori… ed ecco che le ho trovato posto in extremis nell’epilogo. E via alla correzione bozze. E la copertina con la sinossi che mi ha commossa. Perché ho pensato “sembra davvero bello questo libro, raccontato così.”

Credevo che la fase dell’ansia fosse finita, ormai eravamo in stampa e potevo rilassarmi. Poi, mi sono resa conto che no, era lì che iniziava tutto. Perché Jack e Liz stavano per lasciarmi davvero.

Ho vissuto le ultime settimane scissa tra l’impazienza di vedere arrivare il fatidico 26 Maggio e la paura di far leggere il risultato. Perché era sempre Lezioni ma era diverso, perché era un libro vero ma era pur sempre l’opera di un’esordiente che nemmeno credeva di arrivarci in libreria. Perché il confronto con la vecchia versione (non solo di Lezioni ma anche di me stessa, per quanto sono cambiata in questi sei anni) sarebbe stato implacabile e per certi versi lo è stato. E’ strano perché non è che chi sceglie il prima sta preferendo altro, sono pur sempre io, era pur sempre la mia storia.

La notte dell’uscita, mentre ascoltavo, a Parole note, l’estratto del mio libro prendere vita, mi sono ritrovata in lacrime, perché non stavo più sognando, era tutto vero. E faceva anche tanta paura.

I primi giorni sono stati un turbine indefinito di gioia, euforia, foto, messaggi, incredulità.

Sentirmi definire autrice era qualcosa che andava oltre la mia comprensione, perché non mi ci ero mai sentita, nemmeno un istante di tutti gli anni che avevo trascorso scrivendo sul web. Smarcarmi dal nickname e sentire il mio cognome, vedere il mio libro tra le mani della mia famiglia, delle mie amiche e di ragazze che mi hanno aspettata per anni, è stato quasi surreale.

Passare dall’aver smesso di raccontare di “scrivere storie su sito web”, per non ottenere facce perplesse di rimando, all’ammettere che quel libro in libreria l’ho scritto io è qualcosa che non si può descrivere.

Dentro di me, nulla è cambiato. Sono e sempre rimarrò il giudice più severo del mio libro. E sono grata (e ancora incredula) ogni volta che ricevo un complimento, un augurio, un messaggio di supporto. Per ogni persona che mi ringrazia di aver trascorso qualche ora piacevole in compagnia di Jack e Liz, per ogni copia che lascia la libreria ed entra in una casa, per ogni foto che mi aiuta a visualizzare fisicamente quel trasferimento. Per ogni lunga e paziente risposta della mia editor e di tutto il meraviglioso team di Centauria, che sopporta e supporta il mio zucchero e le mie continue idee. Per il supporto continuo dei tre giudici della collana, Kris Grove, Fabio Canino e Giancarlo Cattaneo.

Volete sbirciare i miei ricordi più belli della collana Talent? Eccone i fotogrammi, confusi ma pieni di affetto, così come sono ormai indelebili nella mia memoria.

La bozza di copertina (e il mio nome e cognome sopra!), la conoscenza del team marketing di Studio Dispari, (ai quali ho giurato eterna adorazione dopo le prime e-mail e la loro infinita disponibilità), la sera che ho svelato su facebook che Jack vi aspettava in libreria, l’arrivo delle prime copie cartacee a casa, la prima dedica firmata su un libro, l’estratto letto da Giancarlo Cattaneo a Parole Note, la prima volta che ho visto Lezioni in libreria, l’intervista a Bookmania con Erika su DiTV, al telefono con Fabio e Laura a Miracolo Italiano, Giancarlo e Kris fotografati con le copie di Lezioni, i miei post che Giancarlo ha condiviso con orgoglio. E altre telefonate ed e-mail di progetti futuri che ancora non posso svelare.

Come si può descrivere un sogno che si realizza, se non vedendolo impresso su carta?

 

 

 

 

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